Winston Churchill pronunciò queste parole all’indomani del famoso «Accordo di Monaco», con il quale Francia e Regno Unito cedettero alle richieste della Germania di Hitler, sacrificando la Cecoslovacchia. E tutti sappiamo come andò a finire.
La citazione di Churchill è spietata nella sua lucidità: denuncia la vigliaccheria mascherata da diplomazia, e ne prevede anche le conseguenze.
Oggi si assiste a un ritorno inquietante di quella stessa logica. C’è una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente occidentale disposta a offrire un tenero agnello per contrattare con il lupo, nella speranza di placarne l’appetito.
I lupi, come Putin, Xi e Khamenei, sono mossi da volontà politiche decise, espansionistiche, ideologicamente motivate. Non si fermeranno al primo agnello. Ogni concessione sarà letta come debolezza, ogni passo indietro come un invito ad avanzare. Israele, contrariamente alle speranze di antioccidentali e antisemiti di varia risma, non accetta di essere trattato come un oggetto negoziale, né ha l’abitudine di attendere che siano gli altri a difenderlo. I sionisti sono gli ebrei che, a un certo punto della storia, si sono stancati di essere i capi espiatori per tutte le stagioni.
La differenza storica è proprio qui. Nel 1938 i cechi non avevano né il sostegno né la possibilità di resistere. Israele invece ha fatto sapere in modo inequivocabile che non ha intenzione di aspettare il prossimo «patto di Monaco».
Non serve essere israeliani per capire che l’appeasement è solo un modo di dare un calcio al barattolo che servirà solo per posticipare il disastro. Serve coraggio politico e morale per dirlo, e oggi quel coraggio scarseggia.

