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  • Non basta dire migranti

    Non basta dire migranti

    Il messaggio del Papa agli Usa: «I migranti hanno contribuito a plasmare il futuro della nazione».

    Vero! Gli USA sono stati edificati sull’arrivo di chi cercava una nuova vita. Applicata alla migrazione di oggi, è, invece, una scorciatoia storica.

    Gli europei che emigravano negli Stati Uniti, ma anche in Argentina, in Brasile o altrove non erano tutti uguali, certo. C’erano differenze linguistiche, nazionali, sociali, religiose. Gli italiani non erano irlandesi, i tedeschi non erano polacchi, i cattolici non erano protestanti.

    Ma, nel complesso, si muovevano dentro un orizzonte culturale relativamente riconoscibile: radici greco-romane, giudaiche e cristiane, diritto occidentale, idea di lavoro, proprietà, famiglia, responsabilità individuale, assimilazione nazionale. Anche quando erano poverissimi, spesso analfabeti e discriminati, entravano in società che chiedevano loro una cosa precisa: diventare parte della nazione che li accoglieva.

    Oggi l’Europa affronta un fenomeno diverso. Una parte maggioritaria dell’immigrazione proviene da aree in cui la religione non è soltanto una convinzione privata, ma un codice sociale e giuridico. Questo è il nodo che molti fingono di non vedere.

    Quando una cultura considera la legge religiosa superiore alla legge civile, quando distingue rigidamente tra fedeli e infedeli, quando fatica ad accettare parità uomo-donna, libertà di coscienza, libertà sessuale, secolarizzazione e primato del diritto dello Stato, allora il problema è culturale e di civiltà.

    Significa accettare l’ingenuità suicida secondo cui tutte le culture sarebbero intercambiabili e tutte le migrazioni produrrebbero gli stessi effetti.

    Una società può integrare persone disposte ad adottare le sue regole fondamentali.

    Non può invece sopravvivere se, in nome del multiculturalismo, accetta la formazione di comunità parallele che vivono sul suo territorio, usano i suoi servizi, beneficiano della sua libertà, ma non riconoscono i principi che quella libertà rendono possibile.

  • Piacenza, il Festival della Cultura della Libertà taglia il traguardo della decima edizione

    Tre giorni per interrogare la crisi dell’Occidente

    Dal 13 al 15 marzo, a Piacenza, il Festival della Cultura della Libertà ha celebrato la sua decima edizione confermandosi come uno dei pochi appuntamenti italiani capaci di tenere insieme battaglia culturale, riflessione politica e confronto intellettuale senza scivolare nel vuoto cerimoniale. La sede è stata quella del PalabancaEventi, nel cuore della città, per una manifestazione intitolata a Corrado Sforza Fogliani e organizzata dall’Associazione culturale Luigi Einaudi in collaborazione con Confedilizia, Banca di Piacenza, European Students for Liberty, Associazione dei Liberali Piacentini e Istituto Liberale. La direzione scientifica è stata affidata, anche quest’anno, a Carlo Lottieri. Il tema scelto per questa decima edizione era di quelli che non consentono scorciatoie: Europa e America. I due volti della crisi occidentale.

    L’anteprima di venerdì 13 marzo, dedicata alla presentazione del volume Occidente contro Occidente di Marco Bassani, con Luigi Curini, Michele Silenzi e Aldo Rocco Vitale, ha dato subito il tono dell’intera manifestazione: partire da un libro, anziché da una liturgia inaugurale, significava chiarire che il festival avrebbe chiesto attenzione, non applausi meccanici.

    Sabato 14 marzo i lavori sono entrati nel vivo con i saluti istituzionali di Antonino Coppolino, Giuseppe Nenna e Giorgio Spaziani Testa. Da lì in poi, il festival ha sviluppato un percorso coerente e serrato. La prima sessione, dedicata ai rapporti fra Europa e Stati Uniti “tra alleanza e dissidi”, ha messo al centro una questione che oggi non può più essere elusa: il rapporto transatlantico non è più un automatismo storico, ma un campo di tensioni politiche, strategiche e culturali. Gli interventi di Daniele Capezzone, Dario Caroniti e Alessandro Vitale hanno mostrato come la frattura tra le due sponde dell’Occidente non sia soltanto diplomatica, ma investa l’idea stessa di libertà, di sovranità, di ordine politico.

    La lectio magistralis di Andrea Venanzoni, dedicata all’America della tecnoscienza, ha poi spostato il fuoco sul terreno dell’innovazione e della potenza produttiva. Ed è stato uno dei passaggi più interessanti dell’intera manifestazione, perché ha imposto una domanda che in Europa si tende a eludere con una certa ostinazione: siamo ancora una civiltà capace di generare futuro o ci stiamo abituando al ruolo più modesto, e un po’ patetico, di osservatori regolamentari del futuro altrui? In altri termini: mentre l’America continua a produrre tecnologia, piattaforme, finanza, ricerca e potere, l’Europa appare sempre più spesso impegnata a redigere moduli, vincoli e cornici. Il che, come progetto di civiltà, non è esattamente travolgente.

    Nel pomeriggio di sabato il confronto si è spostato sulle “due economie divergenti”, con Roberto Brazzale, Pierluigi Magnaschi e Paola Tommasi. Qui il punto è emerso con chiarezza quasi brutale: il divario fra Europa e Stati Uniti non riguarda solo la crescita, ma la struttura del dinamismo economico, la capacità di assumere rischio, di attrarre capitale, di innovare e di trasformare l’innovazione in forza sistemica. Dai resoconti della giornata è emersa una tesi netta: l’America, pur con tutte le sue contraddizioni, continua a prevalere su finanza e tecnologia; l’Europa, invece, paga il prezzo della sua frammentazione e di un modello politico che troppo spesso confonde la protezione con l’immobilismo.

    La terza sessione del sabato, dedicata alla libertà di parola in Occidente, con Eugenio Capozzi, Dario Fertilio e Aurelio Mustacciuoli, ha toccato un nervo scoperto del nostro tempo. Qui il festival ha centrato uno dei temi più delicati: il restringimento progressivo dello spazio del dissenso, l’affermarsi di conformismi ideologici, la tendenza a trasformare il dibattito pubblico in un perimetro sorvegliato, nel quale l’eterodossia viene tollerata solo a condizione che resti innocua. A seguire, la lectio magistralis di Andrea Favaro sulla solidarietà ha completato il quadro con un’altra operazione utile: sottrarre una parola nobile al sentimentalismo e restituirla alla verifica critica.

    Domenica 15 marzo il festival ha ripreso il filo affrontando anzitutto “La tradizione della libertà tra Europa e America”, con Raimondo Cubeddu, Lorenzo Maggi, Roberta Modugno e Diana Thermes. Non si è trattato di un passaggio antiquario, ma di un ritorno alle radici per capire se l’Occidente conservi ancora una grammatica comune o se abbia ormai imboccato una strada di separazione non solo politica ma antropologica. Dopo aver discusso la crisi, bisognava infatti domandarsi che cosa resti della tradizione che ha reso possibile l’idea stessa di libertà moderna.

    Subito dopo, la sessione su proprietà e diritto del lavoro in Europa e Stati Uniti, con Sergio Belardinelli, Vincenzo Nasini, Giovanni Sallusti e Sandro Scoppa, ha riportato la discussione sul terreno istituzionale concreto. Ed è stato un passaggio decisivo, perché quando si parla di proprietà e lavoro si parla dell’infrastruttura reale della libertà: di chi decide, di chi dispone, di chi rischia, di chi viene lasciato agire e di chi viene invece neutralizzato da una macchina normativa che pretende di governare tutto e finisce, come spesso accade, per soffocare ciò che non è in grado di creare.

    Particolarmente significativo è stato poi il momento dedicato al ricordo di Dario Antiseri, scomparso nel 2026, affidato a Carlo Lottieri e Roberta Modugno. Non un semplice omaggio formale, ma il riconoscimento del ruolo avuto da Antiseri nel difendere, dentro il panorama culturale italiano, una tradizione liberale e razionalista spesso minoritaria e proprio per questo preziosa. In un festival dedicato alla libertà, il suo nome non appariva come un richiamo nostalgico, ma come una misura della statura intellettuale che oggi manca in molti luoghi dove invece abbonda il commento rapido, spesso convinto che pensare equivalga a postare.

    Nel segmento conclusivo della manifestazione si è discusso di protezionismo europeo e statunitense con Dario Ciccarelli, Guglielmo Piombini e Luca Vassallo, e poi di educazione con Anna Monia Alfieri, Gabriele Marmonti e Matteo Piazza. Due temi solo in apparenza separati. In realtà, una civiltà si lascia comprendere bene da come commercia e da come educa. Il protezionismo rivela il rapporto con il mercato, con la concorrenza, con la paura del rischio; la scuola e l’università rivelano invece che idea di uomo e di società quella civiltà intenda trasmettere. Da questo punto di vista, il festival ha avuto il merito di non chiudersi nella disputa politica più immediata, ma di tenere insieme economia, cultura, diritto, tecnologia e formazione.

    Il bilancio finale è stato largamente positivo. Carlo Lottieri, nelle considerazioni conclusive, ha già annunciato il tema dell’undicesima edizione del 2027: Le sfide dell’innovazione. È una scelta che dice molto anche sulla riuscita di questa decima edizione. Significa che il Festival della Cultura della Libertà non vuole essere una celebrazione identitaria che si ripete per inerzia, ma un laboratorio di lettura del presente. E in un’Italia dove la cultura è spesso costretta a scegliere tra il salotto e la propaganda, non è poco.

    A Piacenza, insomma, non si è svolto soltanto un convegno ben organizzato. Si è visto qualcosa di più raro: un tentativo serio di interrogare la crisi dell’Occidente senza rifugiarsi né nell’autocompiacimento europeo né nella caricatura dell’America. Il festival ha mostrato che esiste ancora uno spazio per una riflessione culturale capace di tenere insieme libertà, responsabilità, proprietà, innovazione e tradizione. In tempi nei quali molti eventi si limitano a riempire un calendario, non è un dettaglio.

  • 100 di questi Murray

    Il 7 marzo 2026, all’Ex Aurum di Pescara, ci incontriamo per un evento speciale: approfondire le idee di Murray Rothbard nel centesimo anniversario della nascita.

    100 di questi Murray!

    È un augurio per tutti e un invito a partecipare.

    È un appuntamento per chi è convinto dell’importanza dei principi, e perché Rothbard ha dato senso a quelli di libertà, proprietà e libero mercato.

    Saranno con noi quattro studiosi che le idee di Rothbard le hanno approfondite davvero: Luigi Marco Bassani, Nicola Iannello, Carlo Lottieri, Roberta Adelaide Modugno, quattro esperti che sanno parlarne con competenza e originalità.

    L’ingresso è gratuito!

    Per i primi 50 che si prenoteranno tramite il link per la pre-registrazione, al termine dell’evento verrà consegnato un omaggio: una copia del nuovo libro di Marco Bassani Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo. E, per tutti quelli prenotati e registrati il 7 marzo, l’iscrizione gratuita a Free Academy come Socio Sostenitore per l’anno accademico 2025-26.

    Se ti interessa, vieni. Se ti incuriosisce, vieni. Vieni anche se le idee di Rothbard non ti convincono: sarà interessante parlarne insieme a Te.

    L’iniziativa è di FenImprese Pescara e dell’Osservatorio sociale economico e culturale Synapses, in collaborazione con Free Academy.

    Prenota il tuo posto in sala, iscriviti a Free Academy per l’anno in corso e ricevi una copia del libro di Marco Bassani se sarai tra i primi 50!

    Dopo le ore 20 l’evento continua.

    Ci spostiamo in un vicino ristorante raggiungibile a piedi. Sarà una festa tra amici per continuare in modo conviviale a parlare di Rothbard e di tante altre cose, liberamente, con arrosticini (e non solo), buon vino e un buona birra. Il costo della partecipazione, cibo a menù fisso e bevande comprese, è … te lo diciamo nel form.

    E se arrivi da fuori Pescara e ti vuoi fermare per la notte, sempre nel form troverai le relative informazioni.

    Accedi con questo pulsante alla pre-registrazione.

    Ci vediamo. Segnati la data.

    7 MARZO 2026
    Ex Aurum, Pescara, Largo Gardone Riviera
    Alle 15:30 per la registrazione dei presenti. Alle 16:00 si comincia.

  • La fallacia della temperatura media globale

    La temperatura media globale è una delle grandezze più citate nel discorso pubblico sul clima, ma è anche una delle più fraintese e, a rigore, prive di significato fisico. La sua apparente semplicità numerica nasconde una costruzione artificiale, frutto di convenzioni, approssimazioni e arbitrarietà metodologiche. Dal punto di vista della fisica, infatti, non esiste una “temperatura media del pianeta” che possa essere trattata come una grandezza reale, osservabile e misurabile in modo diretto.

    Il primo errore nasce dalla natura stessa della temperatura: essa è una grandezza intensiva, non estensiva. Le grandezze estensive – come massa, volume, energia – si sommano tra loro quando si combinano più sistemi. Le grandezze intensive – come temperatura, pressione, densità – no. Sommare o mediare temperature misurate in luoghi diversi dello spazio fisico non ha alcuna validità termodinamica, perché la temperatura non si conserva, non si somma, e non si media come se fosse una quantità scalare aggregabile.

    Ma non è solo un problema di classificazione teorica. In pratica, ogni misurazione di temperatura è legata a un contesto specifico: altitudine, umidità, pressione, copertura del suolo, esposizione al sole, circolazione atmosferica. Una temperatura di 25°C in un deserto arido non equivale a 25°C in una foresta tropicale. Mediarle aritmeticamente equivale a sommare grandezze non omogenee, violate nei presupposti spaziali, ambientali e strumentali. In fisica, è regola elementare: si sommano solo grandezze della stessa natura, nelle stesse condizioni.

    Anche la rappresentazione grafica della temperatura da parte dei meteorologi smentisce l’idea stessa di media globale. Le mappe meteorologiche usano isoterme, linee che uniscono punti con uguale temperatura. L’obiettivo non è ottenere un numero medio, ma rilevare le differenze, i gradienti, le discontinuità termiche. È la variazione nello spazio a essere significativa, non il valore medio. Nessun meteorologo descriverebbe l’evoluzione del clima con una temperatura globale media; nessun modello atmosferico la utilizza per fare previsioni.

    Infine, sul piano teorico, esiste una letteratura scientifica che ha sollevato critiche precise e rigorose a questo concetto. Nel saggio Does a Global Temperature Exist? (Essex, McKitrick, Andresen, 2007), pubblicato sul Journal of Non-Equilibrium Thermodynamics, gli autori dimostrano che una temperatura media globale è matematicamente mal definita e fisicamente priva di senso in un sistema complesso e fuori dall’equilibrio come l’atmosfera terrestre. La temperatura, affermano, è una proprietà locale, e trattarla come aggregato globale è una forzatura senza base teorica.

    In conclusione, la temperatura media globale è un numero costruito, non una misura fisica. Può avere utilità come indicatore convenzionale, ma non va confuso con una grandezza reale. Pretendere di fondare un’intera narrazione climatica su un parametro privo di significato fisico è un errore che nessuna sofisticazione statistica potrà mai correggere.

  • Dazi e retorica del saccheggio

    Il sostegno ai dazi doganali si fonda sull’illusione che esista un interesse nazionale distinto e superiore rispetto a quello dei singoli cittadini. A questa si accompagna l’evocazione, altrettanto astratta, della bilancia commerciale, una fotografia contabile priva di significato economico autentico.

    Dietro questi concetti si nasconde la realtà che a pagare il prezzo dei dazi – e in generale tutte le imposte sugli acquisti – non è uno Stato, ma persone in carne e ossa, imprese che producono, cittadini e famiglie che ricercano la maggiore soddisfazione possibile.

    È bene ribadirlo con forza: gli scambi economici avvengono tra individui. Non è la Repubblica Federale di Germania che vende lavatrici alla Repubblica Italiana, né il governo tedesco che acquista prosecco da quello italiano. A incontrarsi sono venditori e acquirenti, produttori e consumatori, ciascuno spinto dalla volontà di ottenere qualcosa che ritiene preferibile rispetto a ciò che cede. Lo scambio è, per definizione, un atto volontario. E proprio in questo risiede la sua giustificazione morale: entrambe le parti, giudicando soggettivamente l’utilità dell’operazione in funzione del proprio tasso di preferenza temporale, la ritengono vantaggiosa. Se così non fosse, lo scambio non avverrebbe! Introdurre un’imposta come il dazio significa distorcere questa dinamica, violarla, ostacolarla. Significa costringere qualcuno a pagare di più per ciò che desidera, a ridurre le quantità, fino a impedirne completamente l’acquisto.

    La retorica dell’interesse nazionale e della bilancia commerciale serve, dunque, a mascherare un’operazione predatoria. Sono foglie di fico che coprono l’ipocrisia di chi impone barriere per proteggere rendite, raccattare voti o drenare risorse con cui alimentare apparati parassitari; gli strumenti con cui la politica estorce ricchezza per redistribuirla secondo logiche di potere.

    Sostenere e giustificare i dazi per “difendere l’economia nazionale” significa colpire il consumatore e favorire alcuni produttori selezionati, impedire a individui liberi di scegliere ciò che preferiscono. Lo Stato esercita il monopolio della violenza per coartare le scelte volontarie di milioni di persone rifugiandosi dietro truffe semantiche, evocando fantasmi geopolitici e appellandosi alla fallacia dell’autarchia nazionalista.

    Il punto è semplice: nessuno Stato può sapere meglio del singolo individuo ciò che è buono per se stesso. Ogni interferenza negli scambi pacifici e volontari è un atto di violenza. I dazi non sono strumenti di politica economica. Sono strumenti di saccheggio.

  • Le menzogne del riscaldamento globale

    Ci sono menzogne talmente colossali che, proprio per la loro enormità, finiscono per sembrare vere, perché si dà per scontato che nessuno avrebbe mai il coraggio di inventarsele. Una di queste, oggi, è il crollo della struttura di acciaio dell’insegna collassata sulla sommità della torre Hadid causato dalle temperature alte di questi giorni di inizio estate.

    Si tratta di un caso emblematico di costruzione ideologica, in cui si prende un evento isolato e lo si collega a un altro evento in modo favorevole alla narrazione, insinuando che l’eccezionalità del primo non possa che derivare dall’eccezionalità del secondo.

    Gli effetti delle variazioni di temperatura sui materiali, che agiscono sulle caratteristiche meccaniche e sulle dimensioni geometriche degli elementi, sono note e prevedibili.

    L’acciaio conserva pressoché inalterate le proprie caratteristiche meccaniche fino a 400 °C, temperatura che non raggiunge nemmeno il tetto di un’automobile nera lasciata al sole della Death Valley. Un elemento lineare di acciaio di lunghezza 10 m, sottoposto ad una differenza di temperatura di 50 °C (da 20 a 70 °C), si allunga di 6 mm.

  • La vera bomba è lo Stato

    È così, ed è una questione che è necessario affrontare fino in fondo. La preoccupazione per la capacità dell’Iran di costruire un’arma nucleare e la conseguente reazione americana non riguardano solo questioni tecniche o militari. Si tratta, più profondamente, di una questione che riguarda le grandi concentrazioni di potere in grado di orientare e gestire enormi risorse umane ed economiche. E quel potere, nella sua forma moderna, esiste solo all’interno della struttura dei grandi Stati nazionali.

    La bomba atomica non è un prodotto spontaneo del genio scientifico. È il frutto di un’impresa titanica, burocratica, finanziaria e centralizzata che richiede risorse economiche colossali, apparati segreti, catene di comando impermeabili e un’autorità in grado di chiedere e ottenere obbedienza assoluta. Tutti elementi che soltanto uno Stato moderno, accentrato e invasivo può garantire.

    Se guardiamo indietro, le peggiori catastrofi del Novecento – due guerre mondiali, l’Olocausto, i gulag, i campi di sterminio, i bombardamenti a tappeto, Hiroshima e Nagasaki – sono state rese possibili dalla stessa struttura: governi nazionali che hanno potuto mobilitare milioni di persone, tassare, confiscare, dirigere, reclutare, censurare e uccidere con il crisma della legittimità politica. Non a caso, tutte le principali potenze nucleari sono Stati-nazione: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan e Corea del Nord. Nessuna impresa privata, nessuna comunità locale, nessun libero consorzio di individui avrebbe mai potuto costruire un ordigno atomico.

    Anche i romanzi distopici, da «1984» di Orwell a «Brave New World» di Huxley, fino a «The Hunger Games» o «V per Vendetta», raffigurano un mondo ridotto a poche entità politiche enormi, omogenee e oppressive: mega-Stati, macro-regioni, superpotenze. E il tema ricorrente è sempre lo stesso: più grande è l’unità politica, più capillare e violenta è la sua capacità di controllo.

    Queste narrazioni fantastiche illustrano le conseguenze della rottura dei legami intermedi – famiglie, comunità, mercati – che lascia l’individuo solo di fronte a uno Stato onnipotente. Uno Stato che si è impossessato del linguaggio, della legge e della moneta, promuovendo un unico pensiero e decidendo chi vive e chi muore.

    In questo senso, i romanzi distopici descrivono un futuro in cui la naturale tendenza dell’individuo al pluralismo spontaneo viene annullata da un’entità monocratica. Non è la tecnologia in sé il problema, ma chi la controlla: non un villaggio, ma un Leviatano.

    La vera questione, allora, non è se l’Iran possa o meno avere la bomba. La vera domanda è perché continuiamo a tollerare strutture politiche così mastodontiche da poterla costruire. Stati che pretendono di garantire la pace mentre accumulano arsenali, che parlano di sicurezza mentre monopolizzano la forza, che si dicono garanti della libertà mentre preparano l’obbedienza assoluta. La bomba è un prodotto dello Stato, e allora il disarmo non si ottiene con accordi temporanei o equilibri instabili, ma affrontando il problema al livello zero: smembrando il potere centralizzato, togliendo a pochi il potere sulle grandi moltitudini. 

    Dove nessuno può comandare tutti, nessuno può annientare tutti.

  • «Potevano scegliere fra il disonore e la guerra: hanno scelto il disonore e avranno la guerra».

    «Potevano scegliere fra il disonore e la guerra: hanno scelto il disonore e avranno la guerra».

    Winston Churchill pronunciò queste parole all’indomani del famoso «Accordo di Monaco», con il quale Francia e Regno Unito cedettero alle richieste della Germania di Hitler, sacrificando la Cecoslovacchia. E tutti sappiamo come andò a finire.

    La citazione di Churchill è spietata nella sua lucidità: denuncia la vigliaccheria mascherata da diplomazia, e ne prevede anche le conseguenze.

    Oggi si assiste a un ritorno inquietante di quella stessa logica. C’è una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente occidentale disposta a offrire un tenero agnello per contrattare con il lupo, nella speranza di placarne l’appetito.

    I lupi, come Putin, Xi e Khamenei, sono mossi  da volontà politiche decise, espansionistiche, ideologicamente motivate. Non si fermeranno al primo agnello. Ogni concessione sarà letta come debolezza, ogni passo indietro come un invito ad avanzare. Israele, contrariamente alle speranze di antioccidentali e antisemiti di varia risma, non accetta di essere trattato come un oggetto negoziale, né ha l’abitudine di attendere che siano gli altri a difenderlo. I sionisti sono gli ebrei che, a un certo punto della storia, si sono stancati di essere i capi espiatori per tutte le stagioni.

    La differenza storica è proprio qui. Nel 1938 i cechi non avevano né il sostegno né la possibilità di resistere. Israele invece ha fatto sapere in modo inequivocabile che non ha intenzione di aspettare il prossimo «patto di Monaco».

    Non serve essere israeliani per capire che l’appeasement è solo un modo di dare un calcio al barattolo che servirà solo per posticipare il disastro. Serve coraggio politico e morale per dirlo, e oggi quel coraggio scarseggia.

  • Il denaro fiat e le sue conseguenze

    Il denaro fiat e le sue conseguenze

    Guarda la foto! Ti fa venire voglia di credere ancora che il denaro fiat sia un buon posto dove mettere i tuoi risparmi? E che le banche centrali si preoccupino davvero di proteggere il valore del tuo denaro?

    A sinistra, un’enorme pila di banconote da un dollaro, che oggi, nel 2025, serve per comprare una singola moneta d’oro da un’oncia, pari al valore di 3.334 USD. A destra, un mazzetto di banconote da un dollaro e qualche moneta, pari a 20,67 USD, ossia il prezzo della stessa moneta d’oro da un’oncia nel 1933.

    Il messaggio è brutale e semplice allo stesso tempo: non è l’oro a salire di prezzo ma è il dollaro ad aver perso il 99,4% del suo potere d’acquisto rispetto all’oro in meno di un secoloLa quantità di denaro necessaria per acquistare lo stesso bene è aumentata di 161 volte. Il potere d’acquisto del dollaro è diminuito mediamente al ritmo del 5,4% all’anno.

    Questo è l’esproprio silenzioso dei frutti del lavoro e del risparmio delle persone, legittimato dai governi, orchestrato dalle banche centrali, chiamato «politica monetaria».

    Nel 1933, il dollaro era ancorato all’oro. Un processo iniziato nel 1914 e terminato nel 1971 ha portato dal gold standard al denaro totalmente fiat, cioè scollegato da qualunque realtà materiale. Il risultato è stato l’inflazione cronica, il debito crescente e la perdita sistematica del potere d’acquisto. In sintesi, il denaro fiat è stato progettato e implementato per essere inflazionato a piacere da chi lo governa. Ogni dollaro stampato rappresenta un’imposta occulta per chi lo detiene. Ecco perché i governi e le banche centrali lo adorano: è il modo più efficace per sottrarre ricchezza «nottetempo».

    Il sistema monetario attuale è una gigantesca truffa legalizzata, che disincentiva il risparmio, droga l’economia e alimenta l’illusione della crescita.

    L’unico modo per difendersi è smettere di pensare in termini di prezzi in valute fiat (dollari, sterline, yen, ecc.) e iniziare a ragionare in termini di #Bitcoin, che lo Stato non può controllare né inflazionare.

  • Argentina: il declino e la rinascita spiegate attraverso la preferenza temporale

    La crisi e la rinascita economica argentine sono spesso raccontate attraverso il linguaggio tecnico della finanza: default, inflazione, debito sovrano, fuga di capitali. Ma c’è una chiave di lettura più profonda, più culturale, più filosofica.

    La preferenza temporale, concetto centrale della Scuola Austriaca di Economia, indica quanto un individuo (o una società) valuti il presente rispetto al futuro. Chi ha una preferenza temporale alta vuole tutto e subito. Chi ce l’ha bassa, è disposto a rinunciare a qualcosa oggi per ottenere una maggiore gratificazione domani.

    Così, una bassa preferenza temporale si traduce in un maggiore accumulo di capitale, un aumento della produttività e un miglioramento del tenore di vita. Al contrario, l’assenza di risparmio implica l’assenza di capitale e, di conseguenza, un ostacolo allo sviluppo e al progresso.

    Per Eugen von Böhm-Bawerk, ogni forma di interesse nasce proprio da questa differenza: si rinuncia a un bene oggi solo se si ottiene un vantaggio futuro. Mises e Rothbard hanno sviluppato questo concetto fino a mostrarne le implicazioni su scala sociale: civiltà intere crescono o decadono in base alla loro capacità di rimandare la gratificazione.

    L’Argentina è il caso perfetto di una società con preferenza temporale patologicamente alta. La causa? L’inflazione cronica, usata dai governi statalisti, peronisti e post-peronisti, come strumento di potere.

    Manipolando il denaro per finanziare spesa pubblica e clientele politiche, lo Stato ha distrutto la funzione della moneta come riserva di valore. E, quando i soldi si svalutano velocemente da un giorno all’altro, risparmiare diventa stupido e investire rischioso; e, allora, consumare subito è la sola scelta razionale.

    Il denaro, diceva Mises, non è solo un mezzo di scambio: è il fondamento su cui si costruisce la civiltà. Se quel fondamento si sgretola, tutto ciò che poggia su di esso viene giù. Gli effetti si vedono nelle infrastrutture fatiscenti, nella fuga di cervelli, nell’imprenditoria scoraggiata, nell’aumento della criminalità e delle dipendenze.

    Nel libro Il Bitcoin Standard, Saifedean Ammous descrive con lucidità le conseguenze di questa dinamica: una società che non risparmia consuma il proprio capitale, smette di investire in progetti a lungo termine, rinuncia alla costruzione di beni durevoli e alla cooperazione pacifica. Il tempo si contrae, le prospettive si restringono, il futuro è un’ipotesi troppo lontana per essere presa sul serio in considerazione.

    Il caso argentino ha mostrato come lo Stato ha usato il controllo del denaro per aumentare il proprio potere, distruggendo l’incentivo al risparmio e spingendo le persone verso scelte irrazionali e autodistruttive.

    Hans-Hermann Hoppe ha spiegato come l’abbassamento della preferenza temporale sia l’inizio della civilizzazione: solo quando si inizia a pensare a lungo termine si sviluppano le istituzioni della libertà, della proprietà privata, dell’accumulazione di capitale. Ma anche che l’intervento governativo, attraverso la spoliazione fiscale e la violazione dei diritti di proprietà, produce l’innalzamento del tasso di preferenza temporale da cui l’arresto e inversione del processo di civilizzazione.

    Dopo decenni di politiche inflazionistiche, il dramma argentino è economico e culturale allo stesso tempo. L’alta preferenza temporale è diventata un tratto caratteristico del comportamento collettivo. Si preferisce la dipendenza dal sussidio all’impegno individuale, il consumo immediato al risparmio, il debito alla prudenza. La moneta cattiva ha creato cittadini disabituati al concetto di futuro.

    Il risultato è stato un Paese ricchissimo di risorse ma impoverito nella sua capacità di trasformarle in prosperità. La vera emergenza non è il debito pubblico o l’inflazione. È la preferenza temporale altissima che ha corrotto il comportamento economico e sociale.

    Ma oggi è in atto il cambiamento.

    Con l’arrivo alla presidenza di Javier Milei, le vecchie abitudini politiche sono state rimosse. Ma al di là delle misure tecniche e delle riforme, il vero effetto è stato culturale: è rinata la fiducia. Gli argentini, dopo decenni, hanno cominciato a credere che il futuro possa valere più del presente.

    L’Argentina si sta rigenerando, prima di tutto guarendo il proprio rapporto con il tempo. Attraverso la prospettiva di una moneta sana, con il ritorno alla cultura del risparmio, dell’investimento, della responsabilità individuale. Solo così si riaccende la fiamma di un futuro degno di essere costruito.

    Questa inversione di rotta si manifesta in significativi segnali: imprenditori che reinvestono, giovani che restano, famiglie che tornano a risparmiare. Dopo anni di segnali che hanno distrutto la fiducia nel futuro, la società argentina sta abbassando la propria preferenza temporale.

    Milei ha colpito al cuore il meccanismo che teneva alta la preferenza temporale: interrompendo l’emissione artificiale di moneta, riaffermando il primato della proprietà privata e smascherando le illusioni delle politiche di spesa pubblica, ha ristabilito il nesso tra lavoro e risultato, tra impegno presente e benessere futuro. Ha ridato senso all’attesa per ottenere maggiori gratificazioni.

    Non sarà un processo breve, né lineare. Ma quando cambia il rapporto con il futuro, tutto può cambiare. La sfida è enorme, ma è questa la strada giusta.