È così, ed è una questione che è necessario affrontare fino in fondo. La preoccupazione per la capacità dell’Iran di costruire un’arma nucleare e la conseguente reazione americana non riguardano solo questioni tecniche o militari. Si tratta, più profondamente, di una questione che riguarda le grandi concentrazioni di potere in grado di orientare e gestire enormi risorse umane ed economiche. E quel potere, nella sua forma moderna, esiste solo all’interno della struttura dei grandi Stati nazionali.
La bomba atomica non è un prodotto spontaneo del genio scientifico. È il frutto di un’impresa titanica, burocratica, finanziaria e centralizzata che richiede risorse economiche colossali, apparati segreti, catene di comando impermeabili e un’autorità in grado di chiedere e ottenere obbedienza assoluta. Tutti elementi che soltanto uno Stato moderno, accentrato e invasivo può garantire.
Se guardiamo indietro, le peggiori catastrofi del Novecento – due guerre mondiali, l’Olocausto, i gulag, i campi di sterminio, i bombardamenti a tappeto, Hiroshima e Nagasaki – sono state rese possibili dalla stessa struttura: governi nazionali che hanno potuto mobilitare milioni di persone, tassare, confiscare, dirigere, reclutare, censurare e uccidere con il crisma della legittimità politica. Non a caso, tutte le principali potenze nucleari sono Stati-nazione: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan e Corea del Nord. Nessuna impresa privata, nessuna comunità locale, nessun libero consorzio di individui avrebbe mai potuto costruire un ordigno atomico.
Anche i romanzi distopici, da «1984» di Orwell a «Brave New World» di Huxley, fino a «The Hunger Games» o «V per Vendetta», raffigurano un mondo ridotto a poche entità politiche enormi, omogenee e oppressive: mega-Stati, macro-regioni, superpotenze. E il tema ricorrente è sempre lo stesso: più grande è l’unità politica, più capillare e violenta è la sua capacità di controllo.
Queste narrazioni fantastiche illustrano le conseguenze della rottura dei legami intermedi – famiglie, comunità, mercati – che lascia l’individuo solo di fronte a uno Stato onnipotente. Uno Stato che si è impossessato del linguaggio, della legge e della moneta, promuovendo un unico pensiero e decidendo chi vive e chi muore.
In questo senso, i romanzi distopici descrivono un futuro in cui la naturale tendenza dell’individuo al pluralismo spontaneo viene annullata da un’entità monocratica. Non è la tecnologia in sé il problema, ma chi la controlla: non un villaggio, ma un Leviatano.
La vera questione, allora, non è se l’Iran possa o meno avere la bomba. La vera domanda è perché continuiamo a tollerare strutture politiche così mastodontiche da poterla costruire. Stati che pretendono di garantire la pace mentre accumulano arsenali, che parlano di sicurezza mentre monopolizzano la forza, che si dicono garanti della libertà mentre preparano l’obbedienza assoluta. La bomba è un prodotto dello Stato, e allora il disarmo non si ottiene con accordi temporanei o equilibri instabili, ma affrontando il problema al livello zero: smembrando il potere centralizzato, togliendo a pochi il potere sulle grandi moltitudini.
Dove nessuno può comandare tutti, nessuno può annientare tutti.

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